La macchina dello stupore di un uomo superfluo

A dir la verità anche io se taccio, lo faccio in italiano.

Sogno in tedesco a volte e a furia di guardare serie tv in inglese mi viene quella lingua lì.

Due cose però le so. Una è che, come dice Brodskij, se mi sconfiggono tendo a non dare la colpa a nessuno.

La seconda è che quello che ami (e anche quello che leggi) salta fuori dappertutto.

A essere onesti bisognerebbe affidarsi a una particolare idea di vita.
Sarebbe l’avere cura di fermare l’inconsapevolezza e far diventare ogni giorno una meraviglia (e con meraviglia non intendo mica per forza girare il mondo in moto [magari], intendo anche sedersi vicino al lettino di tuo figlio e aspettare che si svegli).

Qualcuno la chiama arte.

Ultima cosa. Sopra tutto non c’è l’amore, c’è la compassione.

Fare pochissimo- Paolo Onori

Se fossi un dittatore obbligherei tutti a fare pochissimo, l’essenziale. Il resto della giornata via al mare o in montagna. O magari al corso di ballo liscio (io l’ho fatto). Farei gli sconti a chi va alle sagre della porchetta o dell’asparago. I motociclisti sarebbero tutti sindaci.  Se stai seduto al parco fermo a chiacchierare con qualche sconosciuto ti mando in pensione prima. Istituirei la festa nazionale del Michelasso ovviamente.

Credo che poi mi verrebbe spontaneo obbligare la gente a ridere. Affiggerei cartelloni con barzellette dappertutto, assieme alla radiodiffusione. Telefoni no, lì si ride da soli e non va bene. Per chi non ride metterei la polizia a pattugliare. Chi non ride via in prigione.  Ho letto che la risoterapia (che è una parola troppo poco immaginosa ) ha effetti fisiologici e sociali talmente potenti da ridurre lo stress. Inconsciamente non sopporto lo  stress, perché ci sono troppe persone stressate in giro. Stress di qua, stress di là.

Sarebbe il mio modo di dire che il mondo è molto bello se uno si trova il tempo.

 

Non la storia si deve fare, ma una biografia

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Non voglio spacciarmi per più intelligente di quello che sono e dirò semplicemente quello che penso.
Sarebbe bene fossimo meno furbi e lungimiranti in politica. Se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli.
Non la storia si deve fare, ma una biografia.

[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, SE 1991, p. 174]

Salutissimi

e poi spengo, mi ha stufato, la televisione, non trovo mai, sono sempre quelle cose, facciamo un bell’applauso, e tutti che battono le mani, da fare che? e allora esco, prendo su, in macchina, e faccio un giro, no lontano, vado così, purchessia, poi mi fermo e mi mando una cartolina, non mi scrive mai nessuno a me, che invece a me piace la mattina trovare un po’ di posta, e allora mi scrivo, io, da Verrucchio, da Pietracuta, da Montebello, da dove sono, prendo una cartolina, saluti, e sotto uno scarabocchio, però cambio tutte le volte, perché dopo, se no, sempre le stesse parole, dev’essere sempre una cosa nuova, tanti saluti, saluti e baci, salutissimi, saluti cari, un pensiero, un ricordo, arrivederci presto, ma ce n’è tante, di frasi, per cambiare, che i miei dicono: ma chi è questo qui? niente, sono amici, e così mi arrivano queste cartoline, che le tengo anche a conto, le più belle, o se no delle volte faccio qualche telefonata, chiamo i numeri che ci sono nelle prime pagine dell’elenco, le ultime notizie, il tempo, le strade, le condizioni delle strade, qui ci sono dei lavori, bisogna deviare, lassù c’è la neve, ci vogliono le catene, l’autostrada del Sole, la via Emilia, la via Flaminia, tenere la distanza di sicurezza, che in un certo senso ti pare sempre come se dovessi partire, perché le strade che ci sono, ma ce n’è, puoi andare dappertutto, a Montescudo, a Bologna, a Badia Tedalda, a San Bendetto del Tronto, a Zurigo, a Madrid, dove vuoi andare c’è la strada, basta partire, solo che io non parto mai…

[Raffaello Baldini, Zitti tutti!, in Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra, Torino, Einaudi 1998, p. 73]

fonte. Paolonori.it

Ancora

Angelo Maria Ripellino, Poesie

Sono un piccolo agente di commercio,
con referenze e conoscenza di qualche linguaggio,
e con la bombetta sul capo come i cocchieri di Ostenda,
e un pastrano topesco e lercio.
Smanio e recito perché qualcuno mi senta
e si accorga che esisto.
Scrivo la sera, come suol dirsi, a tempo perso,
perché le crevettes non abbiano freddo al mercato.
Scrivo i miei sfoghi di povero cristo,
smanio e racconto come un vecchio soldato,
ma non ho più la parlantina occorrente,
e il campionario è già stinto,
il mio albero di metafore un tempo stupende,
e la scrittura è decrepita, stolta.
Dov’è il mio furore di vivere, il mio barocco?
Stanco, mi fermo a guardare con invidia talvolta
la dolce follia dei bambini che giuocano.

[Angelo Maria Ripellino, Poesie. 1952-1978, Torino, Einaudi 1990, p. 119]

http://www.paolonori.it

Paolo Nori – Le parole senza le cose


Se c’è una lingua è vana.

” lista di espressioni parassite e avevo trovato che se c’è un quadro, è allarmante, se c’è uno sciopero, è generale, se c’è una folla, è oceanica, se c’è un lupo, è solitario, se c’è un cavallo, è di Troia, se c’è una botte, è di ferro, se c’è un terrorista, è islamico, se c’è un porto, è delle nebbie, se c’è un silenzio, è di tomba, se c’è un’ombra, è di dubbio, se c’è una morsa, è del gelo, se c’è una resa, è dei conti, se c’è una verità, è sacrosanta, se c’è una salute, è di ferro, se c’è una svolta, è epocale, se c’è un genio, è incompreso, se c’è un ok, è del senato, se c’è uno sciame, è sismico, se c’è un consenso, è informato, se c’è un secolo, è scorso, se c’è un pallone, è gonfiato, se c’è un cervello, è in fuga, se c’è una repubblica, è Ceca, se c’è un battesimo, è del fuoco, se c’è un dispiacere, è vivo, se c’è un tassello, è mancante, se c’è un imbarazzo, è della scelta, se c’è un dubbio, è atroce, se c’è una prova, è schiacciante, se c’è una tabella, è di marcia, se c’è un correlativo, è oggettivo, se c’è una linea, è editoriale, se c’è una leggenda, è metropolitana, se c’è una mente, è locale, se c’è un ente, è locale anche lui, se c’è una guerra, è santa, se c’è un motivo, è floreale, se c’è uno stato, è d’animo, se c’è un quartiere, è generale, se c’è una questione, è di principio, se c’è un problema, è un altro, se c’è una sostanza, è stupefacente, se c’è un mondo, è arabo, se c’è un caso, è letterario, se c’è un astro, è nascente, se c’è una stella, è cadente, se c’è un fiume, è carsico, se c’è una patata, è bollente, se c’è una disobbedienza, è civile, se c’è una cifra, è stilistica, se c’è una frattura, è insanabile, se c’è un velo, è pietoso, se c’è un pirata, è della strada, se c’è una malavita, è organizzata, se c’è una fiducia, è cieca, se c’è una storia, è vera, se c’è una luce, è propria, se c’è un beneficio, è d’inventario, se c’è un collegio, è docenti, se c’è una seduta, è stante, se c’è un tempo, è perduto, se c’è una delega, è in bianco, se c’è una sala, è operatoria, se c’è un pianto, è liberatorio, se c’è una macchina, è del fango, se ci sono dei giorni, son contati, se c’è un’impresa, è titanica, se c’è una fine, è del mese, se c’è un cuneo, è fiscale, se c’è una fila, è indiana, se c’è una fatalità, è tragica, se c’è una cifra, è stilistica, se c’è una corsia, è preferenziale, se c’è un corridoio, è umanitario, se c’è un anello, è mancante, se c’è un effetto, è collaterale, se c’è un consenso, è informato, se c’è un’avanguardia, è storica, se c’è una guerra, è civile, se c’è un sistema, è paese, se c’è una legge, è non scritta, se c’è un silenzio, è d’oro, se c’è un amore, è cieco, se c’è una maestà, è lesa, se c’è un’Europa, è a rischio, se c’è un compartimento, è stagno, se c’è un universo, è parallelo, se c’è un gioco di parole, è intraducibile.”


Unidici treni – Paolo Nori

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In dieci giorni mi mangio questo libro e appena lo finisco mi viene da pensare al funk. Mi piace talmente tanto che leggo lentamente e non voglio finirlo.

Il funk è quel tipo di musica che ci sembra semplice ma che è difficile da eseguire.

Qui si parla di cambio di identità, di amore, di storia contemporanea con tanta intimità.

Mi struggo ma devo. Mi sento in dovere di citare le ultime frasi del libro:

“Poi si prendono tanti treni, si va dove ci chiamano, si legge ad alta voce con leggero accento emiliano. Si supera il riserbo istintivo, la timidezza, per il piacere che succeda qualcosa, tra le parole e la voce, tra le parole e la musica, che siano percussioni, clarinetti, il canto delle mondine.

Che succeda qualcosa con i lettori che ascoltano, che sentono le parole e l’emozione e la sincerità di chi si espone senza esibirsi mai.

Per dire che è stato bello, che c’era tanta gente, che si è stati bene.”

Starete bene quindi. Oltre a questo riderete molto, imparerete a usare meglio le parole e saprete che cambiare identità non è difficile.

E funk e poesia. Come se ci fosse un domani.

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